Le Regioni come minaccia all’unità del Paese. Questo il pericolo che si annida dietro l’approvazione alla Camera dei deputati dell’Autonomia differenziata, con l’introduzione della Legge 86/2024; un processo, quello della possibilità da parte delle Regioni a statuto ordinario di richiedere ulteriori forme di autonomia e competenze in alcune materie, che seppur previsto dalla Costituzione ai sensi dell’articolo 116, co 3, ha richiesto, e preso avvio nel 2001, attraverso la delicata Riforma del Titolo V del 2001.
“Spezzare l’Italia. Le Regioni come minaccia all’unità del Paese”, è il titolo del libro, edito da Einaudi, presentato Sabato 16 Novembre presso la Sala Conferenze del Polo Bibliotecario di Potenza, a cura di Francesco Pallante, professore ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università di Torino.
Il testo, come si evince dal titolo, riflette sull’indebolimento del sistema costituzionale e il peggioramento dello Stato, ad opera del regionalismo, che spinto al limite del secessionismo, non ha neppure migliorato l’efficacia delle regioni, che pure hanno conosciuto un’espansione incontrollata di poteri e competenze.
Secondo l’autore “le regioni oggi sono espressione degli appetiti delle classi politiche locali e non strumenti al servizio della Repubblica e del suo disegno di emancipazione di tutti i cittadini, affinché possano partecipare attivamente alla vita politica, sociale ed economica del Paese, come sancito dall’articolo 3 co.2 della Costituzione; e dunque, dove il pieno sviluppo della singola persona umana concorre alla formazione della vita collettiva statale”
In modo particolare nel testo Pallante intende “lanciare l’allarme verso una riforma che rischia di spezzare l’Italia tramite l’accrescimento dei poteri delle regioni più ricche a scapito di quelle più povere. Il rischio concreto è quello di mettere nelle mani delle regioni più strutturate, come Veneto, Lombardia ed Emilia- Romagna, delle nuove competenze e, da lì, nuove risorse, con il rischio che al Sud restino le briciole, riducendo ulteriormente la possibilità di erogazione di nuovi servizi e la pianificazione e realizzazione di nuovi investimenti infrastrutturali”.
A proposito di autonomia differenziata “sanità, istruzione, musei, lavoro, sostegno alle imprese, trasporti, strade e autostrade, ferrovie, porti e aeroporti, paesaggio, ambiente, laghi e fiumi, rifiuti, edilizia, energia, enti locali passano integralmente alla competenza delle tre regioni. Ciò che ci dice la sentenza della Corte Costituzionale, in attesa di pubblicazione, la legge nella sua impostazione di fondo viola alcuni principi e articoli costituzionali: l’articolo 2 sulla solidarietà tra connazionali, l’articolo 3 sull’uguaglianza di tutti i cittadini, l’articolo 5 e il principio di unità della Repubblica”.
Per la stessa Corte “le tre regioni non possono chiedere tutto, 23 materie e oltre 500 funzioni con relative risorse annesse (oltre 75 miliardi di euro l’anno), calcolate a partire dal gettito fiscale generato sul loro territorio, senza compensazioni perequative. Possono esser solo fatte richieste puntuali e motivate; ciò significa che, qualora ci fossero delle esigenze che la regione non riesce a soddisfare, perché trattasi di suoi problemi peculiari e le competenze che già ha non sono idonee alla risoluzione di tali problemi, allora potrebbe avanzare delle richieste motivate. Si tratta cioè di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, come detta la stessa Costituzione. Quindi, occorre trovare un equilibrio istituzionale tra le diverse forme di governo, e non un indebolimento statale a favore delle regioni più abbienti al fine di trovare- come recita la Corte Costituzionale- l'assetto migliore che realizzi il bene comune
Qual è il futuro per il Mezzogiorno? Per Pallante “già dal 2001 con l’ampliamento delle competenze delle regioni, non c’è stata una corretta distribuzione delle risorse pubbliche, rimasta ancorata ai vecchi criteri, basata cioè sulla spesa storica. Le regioni del Sud, con meno infrastrutture e servizi, quindi meno capacità di spesa, hanno continuato a ricevere meno soldi rispetto alle regioni del Nord; un divario di circa 4-5 mila euro sulla spesa pubblica pro-capite annua tra cittadini del Nord e quelli del Sud. Bisognava fare l’opposto, investire di più nel Sud per perequare e riequilibrare la situazione di disuguaglianza, ma invece il Mezzogiorno, secondo il disegno di legge è stato considerato una zavorra da abbandonare a sé stessa. Oggi la Corte ci dice che invece la perequazione e ridistribuzione delle risorse va fatta e va arginata la questione settentrionale, ossia il rovesciamento della questione meridionale ad opera dell’egoismo delle regioni del Nord”.






